Cooking class estive: Storie in cucina di Silvia Tavella

Andare e tornare

Pubblicazione: 21/08/2024

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Alla fine ho ceduto alle cooking class con i turisti stranieri. Avevo resistito tanto, nella speranza di riuscire a farmi pagare per qualcosa di più interessante, non si dice conferenze su Leopardi, ma qualche esperienza di cucina narrata, legata al territorio o creativa. Invece le occasioni sono pochissime e così mi sono arresa e organizzata. Io e un’amica, brava in cucina e in inglese -non come me che in inglese sono una scarpa- ci siamo lanciate in quest’impresa. Dopo i primi tempi necessari a prendere le misure, con l’agenzia che ci procura il lavoro, con la spesa e con gli ospiti, il lavoro ha assunto un ritmo serrato che non ci aspettavamo, e che è aumentato di pari passo con il caldo estivo. Solleone e turisti, 30° e turisti, 35° e turisti, finché non sono scappata dalla città perché il caldo non era più sopportabile. Mio marito ed io ci siamo rifugiati in campagna, poco lontano da Genova.  A portata di mano, perché aspettiamo, ormai da un’ora all’altra, la nascita della nostra terza nipotina. Tornati dal mare, ci hanno raggiunto anche mia figlia, suo marito e i loro due bambini: una piccola, adorabile, chiacchierona bionda di tre anni e suo fratello. Lui ha solo dieci mesi, ma gattona velocissimo e si alza in piedi, in precario equilibrio, appoggiandosi a qualunque cosa gli capiti sottomano. Al piano di sopra della nostra casa di famiglia, abitano in questi giorni la sorella di mia madre e suo marito che, in perfetto abbigliamento anni ’70, taglia l’erba o zappa le aiole nonostante il caldo esagerato. Insomma una famiglia intera, generazioni diverse riunite sotto uno stesso tetto, come non mi succedeva da tantissimi anni. I ragazzi partono ogni mattina prima delle sette, ci mettono in braccio il piccoletto che è molto, molto mattiniero, e scendono a Genova a lavorare. Torneranno verso sera, accaldati e sorridenti con i sacchetti della spesa. I bambini giocano, i nonni si stancano ma si divertono tanto, al piano di sopra gli zii guardano il tennis, fanno le parole crociate e, la sera, scendono in paese a giocare a bocce.

In questo bucolico equilibrio c’è una scheggia impazzita. Io: la nonna. O meglio le cooking class della nonna, le experience di cucina di cui i turisti vanno ghiotti: pesto al mortaio, trenette avvantaggiate e canestrelli. E come benvenuto, focaccia genovese e Bianchetta, un ottimo vinello ligure. Sembrano non poterne fare a meno, e il mio telefono scarica prenotazioni senza sosta. L’idea che io e mio marito ci eravamo fatti, era che io potessi scendere qualche mattina, magari con mia figlia, fare la mia cooking class mentre lei era in studio, e tornare su il prima possibile, ma non immaginavamo né questi orari né un ritmo così serrato.

Altri tempi

Molti anni fa, quando i bambini erano piccoli e noi eravamo giovani, io trascorrevo in questa casa in campagna tutto il mese di Agosto e  volte anche di più. Mia sorella piccola era adolescente e mia madre affittava una casa al mare a Santa Margherita Ligure, dove ancora abita mia zia -sua sorella- che in questo momento fa il tifo per Sinner al piano di sopra. Loro quindi, trascorrevano l’estate al mare vicino a casa, in modo che papà potesse andare e tornare dall’ospedale di Sestri Ponente dove ha sempre fatto il medico. Venivano a trovarmi a cavallo di ferragosto, per quei pochi giorni che mia sorella, ragazzina, poteva sopportare, poi salivano i miei suoceri. Loro restavano di più, e ancora ringrazio mia suocera per le lunghe chiacchierate e per i riposini del pomeriggio che, senza di lei, non mi sarei mai concessa. Quando partivano per le vacanze io restavo qui, con i bambini. Mio marito usciva il mattino presto, camminava sul prato umido di rugiada, zitto zitto, e saliva in macchina accostando appena la portiera senza chiuderla, per non svegliare i bambini. Andava via, e sarebbe tornato la sera stessa quasi al tramonto, con i gelati, un libro, un piccolo regalo. Spesso affittava una videocassetta nell’ultimo paese civilizzato che incontrava. Una volta buio aprivamo le sdraio nel prato davanti a una finestra, tutte in fila, grandi per noi, piccole per i bambini. Poi posavamo la televisione sul davanzale, rivolta verso il prato, il lettore inghiottiva la cassetta e -magia- eravamo al cinema all’aperto. Tutti col gelato in mano e la felpa, felici sotto le stelle d’Agosto. Il suo andare e tornare scandiva le nostre giornate, cominciavamo ad aspettare che papà tornasse verso le cinque, con le orecchie tese, pronti a sentire da lontano il rumore dell’auto. A volte tardava. Dal paese arrivava la macchina del postino: due colpi di clacson, Silvia ha chiamato tuo marito che ritarda, dice di non preoccuparti. Arrivava quand’era già buio e i bambini dormivano: la serata era tutta per noi.

Da giovane io non ho lavorato fuori casa, e per questo i miei figli ed io abbiamo goduto di lunghe estati fatte di giornate come queste che ho appena descritto. O come altre, quando sono stati più grandi, noi quattro in 500 con il tettuccio e i finestrini aperti fino al mare, la mattina presto, per tornare poi a casa verso sera tutti pieni di sale. Mi sentivo sempre dire che ero fortunata perché vivevo in vacanza. Ma chi me lo diceva non aveva tre bambini, e per le vacanze prendeva l’aereo e viaggiava fino a New York, o alle Maldive o in Irlanda. Ero fortunata, ma garantisco che qualcuna di quelle giornate da sola in campagna, qualcuna era davvero interminabile. E garantisco che la sera dormivo bene, come le bambole, che chiudono gli occhi appena si sdraiano.

 

Andare e tornare

Io non credo di andare, è impossibile non posso certo lasciarlo qui ogni mattina, con due bambini e tutto da fare. Quella che parla è la casalinga consapevole, e così a pranzo comunico che penso di rinunciare alle cooking class dei giorni seguenti. La mia amica mi ha detto che potrebbe chiedere aiuto a sua sorella e non disdire le prenotazioni.

Nostro nipote piccolo vuole mangiare da solo. Lui e mio marito sono coperti di stelline al pesto, perché nostra figlia dice che bisogna favorire l’autonomia e così lo lasciamo fare. Io sono tutta bagnata perché Agnese mi è corsa in braccio appena uscita dalla piscina gonfiabile, mi ha dato un bacio e mi ha detto che ha tanta fame. A guardarci da fuori probabilmente siamo piuttosto comici: ci mancano davvero le cooking experience a Genova. Mio marito e le stelline rispondono che invece devo andare, che questa cosa è appena cominciata, che per me è importante, che mi pagano e che io non posso assolutamente rinunciare. Lui se la caverà benissimo, forse non ricordo, ma anche lui ha avuto tre figli.

Invece io ricordo eccome che squadra formidabile siamo stati.

In effetti la mia vita ha avuto uno strano ritmo. Questo mio affaccendarmi di cucina, ricette, cultura del cibo, articoli e blog ha preso prepotentemente campo da cinque anni a questa parte ed è diventato una passione ed un lavoro. Il lavoro, se è reale, va pagato, questo lo sanno tutti. Le cooking class estive sono il primo lavoro remunerato in modo continuativo dopo il catering, che ormai non faccio più molto. Questo stipendio è importante per me, perché legittima agli occhi degli altri -e soprattutto ai miei- tutto il tempo che impiego intorno al cibo. Così mi lascio convincere facilmente.

Lavo il mio grembiule bello e lo stendo al pergolato, messo bene su un attaccapanni: domattina lo troverò asciutto e quasi stirato. Penso cosa preparare per pranzo domani, io non ci sarò e ci vuole qualcosa che sia adatto a grandi e piccini. Apro il frigo, ho tutto l’occorrente per fare una frittata arrotolata al forno. È un ottimo piatto unico: nel prato ho la menta da aggiungere alle zucchine, uova ci sono, prosciutto cotto presente e anche mozzarella. Mentre incammino la cena preparo la frittata per domani, la sforno, la copro con uno strofinaccio pulito e la lascio raffreddare. La farcirò dopo. Rotolo di zucchine con prosciutto e mozzarella.

I bambini giocano fuori della porta, i ragazzi arrivano, accaldati e morti di fame.

L’indomani mi sveglio presto, mi lavo come un gatto, mi vesto e faccio colazione, dividendo i biscotti con il mio piccolo boy friend del mattino. Esco zitta zitta, acchiappo il grembiule lasciando l’attaccapanni di legno a penzolare triste dal pergolato di glicine. Salgo in macchina, ma non chiudo la portiera, la accosto solamente. Vado via, e mentre guido verso Genova penso che non dovrei farlo, penso che sono un po’ matta, e che a 63 anni potrei essere felice anche facendo solo la nonna. Lo sarei, adoro i miei nipoti. C’è una parte di me che non conoscevo e che ora chiede di esprimersi, sfornando continuamente nuovi progetti. Non credo di voler rinunciare, ma sono in ansia ugualmente. Insegno pesto al mortaio e trenette, canestrelli e focaccia. Bene ora avete anche assaggiato, possiamo andare a casa per favore? Ho fretta. Pare di no, restano mollemente seduti a tavola, a bere, anche se la temperatura percepita è di 40°. Mi levo il grembiule, mi scuso, saluto e vado. Mi fermo all’edicola voglio un regalino per i bambini. Mi fermo alla Coop e compro il gelato. Guido fino a casa. Imbocco il vialetto e rallento: sono le tre del pomeriggio: il sole è rovente, l’aria immobile e il silenzio perfetto. Si sente solo il violino delle cicale. Chiudo la portiera pian piano: tac, un piccolo rumore. All’ombra di un albero mio marito dorme su una sdraio, con il libro aperto sulla pancia. Entro in casa, è tutto in ordine: stoviglie in lavapiatti, lavandino pulito, pavimento spazzato e bavaglini piegati. I bambini dormono.

Il mormorio degli anni sussurra: andare e tornare..

Cooking class estive. Storie in cucin di Silvia Tavella

 

 

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