Silvia
Silvia non sa mai come sentirsi nei confronti della montagna d’estate. La ama, perché è meravigliosa. I colori sono più intensi ed anche i profumi, il sole splende in cieli azzurrissimi, e le vette sono lì, a portata di sguardo. Luglio è il momento di massimo splendore, i prati sono fioriti come lei non immagina e ogni anno la sorprendono, e il fieno appena tagliato riempie l’aria di un profumo inconfondibile. Tutto è spinto al massimo in montagna: il silenzio, i colori, l’acqua fresca e la neve sulle cime. Anche il cibo è ottimo, preparato con quel che offre la natura. Inoltre Silvia ama suo marito che lì è più felice, soddisfatto, abbronzato e affascinante.
Però detesta il fatto che la montagna sia in salita sempre. Le passeggiate piatte sono per vecchietti, e dovunque si voglia andare bisogna arrampicarsi, faticare e sudare. E vorrei soprassedere sulle considerazioni escatologiche legate al senso della salita. Silvia le conosce e le condivide anche. In linea teorica. Ma nella vita reale, lei camminerebbe un’oretta, poi si siederebbe comodamente al tavolo di una malga, mangerebbe qualcosa di semplice e squisito, leggerebbe un buon libro e ciao salita.
Così, come in ogni coppia che si rispetti, vive un compromesso con il montanaro che ha sposato. Qualche giorno lui parte da solo per gite alquanto impegnative, e cammina infinite ore; altre volte vanno insieme a fare passeggiate abbordabili anche per lei. Gitarole, le chiama lui.
Mentre Silvia guarda la partenza ripida della gita, e si allaccia le pedule pensa alla ricetta che vorrebbe scrivere sul suo blog, un budino di brossa con crumble di pane nero, burro di malga e zucchero di canna, decorato con una fetta d’arancia candita e cannella a volontà.

Proprio una bella ricetta, fatta con la brossa, il latticello magro e saporito che avanza dalla lavorazione della fontina, e il pane di segale. Silvia si sente felice, ma non sa che da un minuto all’altro arriverà il piscione, uno dei personaggi principali di questa storia di cibo e di montagna.
Il piscione
Sono scesi dalle macchine tutti insieme. Otto persone, intorno ai sessant’anni o più. Hanno posteggiato le auto a fianco alla loro, al limite di un’area picnic in quota, all’ombra dei larici e degli abeti. Una di quelle zone attrezzate dove si può trascorrere del tempo tranquilli e al fresco, cucinare alla brace, e bagnarsi i piedi nel ruscello. I bambini possono giocare senza pericoli e anche i cani di famiglia se la godono.
Appena scesi dalle macchine hanno cominciato a sbraitare con quell’inconfondibile parlata milanese, tutta vocali aperte e articoli che a Silvia, da buona ligure, fa venire l’orticaria. Le donne si spalmano la crema solare al cocco, come fossero a Rimini, gli uomini discutono degli Europei di calcio. Silvia lo ha visto subito, il piscione, o meglio: lo ha sentito. A voce alta afferma di voler andare al rifugio solo per mangiare la polenta col ragù di cervo.
Il ragù di cervo no: Silvia pensa a Bambi, la mamma, i cacciatori, l’incendio ed il magnifico papà cervo: non aggiungere una tragedia all’altra, ti prego.
Poi si volta. Lui é basso e tracagnotto, maglietta gialla e bandana al collo, calzini di spugna a mezzo stinco e cappelletto in testa. Silvia lo osserva, fingendo di guardarsi intorno, perché l’ometto senza vergogna sta trafficando nei pantaloni, come per accertarsi che il suo gingillo sia ancora al suo posto. Invece, all’improvviso:
“Devo pisciare.”
Grazie di cuore, ora tutta la valle lo sa. In un attimo sorpassa gli alberi e innaffia uno dei tavoli dell’area picnic, il più vicino. Come farebbe un cane senza guinzaglio.
Silvia apre la bocca e vorrebbe dire Ma sei scemo, piscione? Cosa ti dice il cervello, su quel tavolo le persone si siedono a mangiare coi bambini. Ma lo sdegno la lascia senza fiato.
Piscione intanto sgrulla il gingillo a gambe larghe, lo scudetto del Milan su un polpaccio ed il faccione di Maradona sull’altro, e poi con un sospiro soddisfatto dichiara a gran voce di esser pronto a partire.
Silvia guarda suo marito esterrefatta, lui scuote la testa. Non commentano in alcun modo la scena, ma ritardano la partenza, perdendo tempo al bar per un caffè che non avrebbero bevuto, in modo da mettere un po’ di distanza tra loro, le signore al cocco e i loro distinti mariti.
La colomba
Finalmente parliamo anche di lei, la colomba, ultimo imprescindibile personaggio della mia storia di cibo e di montagna.
Silvia supera la prima rampa ripidissima, e percorre un dolce pianoro tra i prati, con un ruscello, una piccola mandria di mucche ed un’altra (imprevista) di cavalli giovani e giocherelloni. Entrati nel bosco, lei e suo marito camminano in salita, il passo deciso lui, un po’ più lento lei, che cerca di godere del paesaggio, distraendosi così dalla fatica. Il sentiero si snoda ripido ma armonioso all’ombra degli alberi, proteggendoli dal sole. All’improvviso Silvia si imbatte in un ostacolo imprevisto. China con la testa nello zaino, al centro del sentiero, c’è una signora del gruppo del piscione, che lo ostruisce completamente. La signora indossa una canottiera gialla che lascia intravedere le spalline del reggiseno nere abbinate -va detto- con i pantaloni di lycra, lucidi e aderenti. Sta spiegando un grande fazzoletto da naso. La crema solare fa sudare, lo so, ancor più della salita. Silvia prova in cuor suo una certa simpatia per la signora affaticata dalla pendenza del sentiero, la canottiera gialla tutta bagnata di sudore, la pancia ed il sedere rotondi più del dovuto. Come i suoi. La signora ha in testa un foulard di cotone provenzale un po’ baby, legato sui capelli neri corvini che sembrano voler stingere da un momento all’altro. Povere noi davvero, a un certo momento bisognerebbe farla finita con le salite. Silvia pensa così, avvicinandosi sempre più alla signora e al suo zaino, che sa di dover aggirare. E proprio in quel momento, la signora si china ancor di più ed il suo sederone produce un lungo, fragoroso peto puzzolente, e poi un altro e infine un terzo. Presa alla sprovvista, Silvia si scansa, e nella frazione di un attimo le passano per la testa tutti i precetti di buona educazione della nonna: stai composta, vatti a pettinare, non si parla con la bocca piena, e via dicendo. Metti la sottoveste, che non si sa mai: se dovessi avere un incidente e ti portassero in ospedale saresti in ordine. Silvia è scandalizzata e tramortita. A bocca aperta come un merluzzo, teme che la signora decolli e si alzi in volo, lasciando tutti senza fiato. Lei sembra non accorgersi di nulla e, senza spostarsi minimamente, estrae un panino dallo zaino e lo addenta. Silvia passa oltre sollevata, alza gli occhi ma davanti a lei -orrore- c’è il piscione a gambe larghe: sta dicendo al suo amico che sua moglie è sempre l’ultima e che lui si è rotto le palle di aspettarla.
“Colomba, ti muovi?”
Colomba?! Si chiama Colomba. Silvia non ci può credere, pensa alla signora e al suo assurdo abbigliamento, ai pantaloni lucidi da palestra che nulla hanno potuto contro la flatulenza. Poi pensa al volo leggiadro della colomba, simbolo di armonia e di pace.
E scoppia a ridere da matti, tanto da morire. Ride con le lacrime appoggiata al tronco di un larice. Suo marito ride con lei per simpatia, senza capirne il motivo, e lei non riesce a parlare, ma muove le mani come per dire poi ti spiego.
Silvia si asciuga le lacrime e ricomincia a camminare, lasciandosi alle spalle il piscione e la colomba. Lei e suo marito escono dal bosco e affrontano l’ultima parte di salita al sole. Camminano su un prato di fiori rari: stelle alpine, genziane e negritelle. Silvia ricomincia a pensare alla brossa e al pane di segale con cui -spera- al rifugio abbiano fatto il semifreddo. Una volta in cima, il sentiero spiana, e da quel punto sarà un piacevole saliscendi a lato di un ruscello di montagna. In un angolo c’è una panca, appoggiata al limitare della salita, perché il panorama è incantevole. Silvia si siede e suo marito le porge la borraccia. Il piscione li superava vociando articoli e vocali. La signora Colomba invece si siede, ingombrando tutta la panca con lo zaino e le bacchette. Tira fuori dallo zaino il panino e lo scarta.
“Eh signora mia, da quando porto questo tutore non son più la stessa”, dice con la bocca piena, e indica una piccola ginocchiera. L’unica cosa di lei che era passata inosservata. Silvia, morta di paura, annuisce guardandosi le scarpe dietro gli occhiali a specchio blu.
Non parla, ma sorride ed il suo cuore canta:
Vola colomba bianca vola…



